PRIMAVERILE
DARIO VOLTOLINI
PRIMAVERILE
(Uomini nudi al testo)
"I Narratori" Feltrinelli
224/ € 15,49
settembre 2001 |
Recensione di
Maurilia Mignani
aprile 2002
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Dario Voltolini
PRIMAVERILE
(Uomini nudi al testo)
Mantova. 7 settembre 2001.
Festivaletteratura.
Vista
la mia passione per Baricco, non posso perdermi l’appuntamento delle
19.15, che lo vede protagonista insieme ad altri due scrittori: Sandro
Veronesi e Dario Voltolini.
Si parla di letteratura e di ciò che loro abbiano da dire in merito e
Voltolini mi colpisce analizzando la situazione italiana attuale prendendo
l’alfabeto come filo conduttore, dando vita ad una performance profonda
ed esilarante al tempo stesso.
Quella
è per lui una giornata particolare, come precisa alla lettera F, di
FESTA, vista l’uscita del suo nuovo libro: “Primaverile (Uomini nudi
al testo)”.
Primo pensiero mio: ma che razza di titolo è?
La
curiosità verso i due nuovi autori, pur non andando per nulla a scalfire
l’interesse per quello che, ormai da alcuni anni, è il mio scrittore
italiano contemporaneo preferito, mi attanaglia.
Così leggo “La forza del passato” di Veronesi e “Dieci” di
Voltolini.
Mi
dico che il libro successivo sarà “Primaverile”, con sottotitolo
relativo, ma poi rimando finché, nuovamente, è il nome di Baricco ad
attirare la mia attenzione.
Milano. 29 gennaio 2002. Libreria Feltrinelli.
“Presentazione
del libro di Dario Voltolini: “Primaverile (Uomini nudi al testo)”.
Insieme all’autore interviene Alessandro Baricco”.
Ci vado: due ore
intense ed interessanti, al termine delle quali esco con il libro in mano
e con un’idea più chiara della lettura che sto per affrontare e che
porto a termine nel giro di poco più di una settimana.
La trama è
facilmente riassumibile: Giorgio Porzana si reca in ospedale per andare a
trovare l’amico Francesco.
E’ semplicemente
questo, nulla di più, se non fosse che il protagonista, compiendo questa
azione, si trova inglobato in un universo intero, costituito da persone ed
eventi disparati, così che, dopo le prime pagine, la visita all’amico
si trasforma da fine a puro pretesto narrativo.
Baricco evidenzia
la complessità del testo, scritto da un autore molto bravo, “il
migliore di noi”, per quanto concerne la sua capacità di scrivere in
italiano. Ma, nello stesso tempo, confessa che la difficoltà di lettura
conduce spesso ad abbandonare i libri di Voltolini sul comodino, con il
segno a metà e un dito di polvere sulla copertina.
A me non è
successo, ve lo assicuro.
E vi voglio
svelare qualcosa di questo libro, per indurvi a leggerlo…
Prima di tutto,
l’amico lo trova, quindi non perdetevi d’animo dopo le prime pagine.
Piuttosto, cercate di seguire lo sviluppo narrativo di un testo che ha
molto da dire, al di là delle cose assurde che talvolta racconta.
E vi troverete così
immersi in descrizioni coinvolgenti, che portano a vedere le cose in
un’ottica nuova e accompagnano il protagonista in una giornata che
racchiude la sua intera vita.
Secondo: il
titolo non rimane un enigma; ad un certo punto Francesco ce lo spiega.
“C’è una sorta di Cabala al di sotto”, sostiene l’autore, con
Baricco che sorride ed evidenzia l’abilità dell’amico nel vedere e
descrivere le cose in un’ottica estranea alla visione comune, prendendo
come esempio una frase del libro: “uomini in pigiama con un braccio
bloccato sulle spalle di un amico inesistente”.
Terzo: se questo
libro vi appassiona, non rammaricatevi quando giungete al termine;
Voltolini ha presentato “Primaverile” come il primo di quattro libri,
uno per ciascuna stagione. Altri
tre testi sono dunque in cantiere…
Quarto: vale la
pena di ricordare che Voltolini, con “Primaverile”, è tra i cinque
finalisti della 18ma edizione del “Premio Nazionale di Narrativa
Bergamo”, insieme ad Alessandro Barbero, Paola Pitagora, Felice
Piemontese e Diego De Silva.
Chiudo con una
frase del libro, piena di primavera:
“La forsizia che
Francesco tiene sul balcone e che da molti giorni impazzita di giallo
illuminava fin dentro la stanza quasi bucando la finestra, adesso
silenziosamente verdeggia. (…)
Stamattina ero
contento notando come la forsizia fosse stata schiaffeggiata dal vento
fino al punto di dover cambiare colore”.
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L’autore
Dario Voltolini è
nato a Torino nel 1959. Ha pubblicato Una intuizione metropolitana
(Bollati Boringhieri 1990), Rincorse (Einaudi 1994), Forme
d’onda (Feltrinelli 1996), Neve (Hopefulmonster 1996, su
opere del pittore Julian Schnabel), Fantasia della giornata
(Morgana 1997), Il grande fiume (Fernandel 1998), Glunk
(Lupetti & Fabiani 1998), In gita a Torino (Gribaudo 1998), 10
(Feltrinelli 2000). È autore di numerosi testi per la radio (fra cui Le
lontananze accanto a noi, rai-eri 1997) e per il teatro musicale (in
collaborazione con il musicista Nicola Campogrande: Mosorrofa o
dell’ottimismo, Capelas Imperfeitas, Macchinario, Città,
Via col vento?, Lego, Alianti). È membro del comitato di
redazione della rivista "L’Indice", collabora con il
supplemento ttl del quotidiano "La Stampa" e con la
rivista "Pulp".
In breve
Un romanzo che parla del tempo e del suo annullamento, di ripetizione come
antidoto contro il tempo, di forze furibonde e scriteriate, di campi
magnetici che calamitano oggetti al volo. Un romanzo che è un filmato in
movimento, dove le immagini tornano su se stesse, appaiono, scompaiono, si
frantumano e si ricompongono.
Un romanzo di specchi e di vertigini, dove scintilla l’infanzia e
soffiano all’improvviso violente e allegre le correnti della memoria.
Un romanzo ventoso, divertente, fiorito, "primaverile",
appunto.
(tratto da www.feltrinelli.it)
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AUSTERLITZ
W.G. Sebald
Austerlitz
Traduzione di Ada Vigliani
Editore: Adelphi
pp. 315, 87 ill. in b/n
€ 16,00
giugno 2002 |
Recensione di
Maurilia Mignani
agosto 2002
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W.G.
Sebald
Austerlitz
Austerlitz
è il nome di un “omino dalle gambe storte” che compare nei diari di
Kafka, per aver “circonciso il nipote dello scrittore”.
Austerlitz
è il cognome di una certa Laura che, il 28 giugno 1966, ha “rilasciato
una testimonianza davanti ad un giudice istruttore italiano circa i crimini
perpetrati nel 1944 nella risiera di San Sabba presso Trieste”.
Austerlitz
è il nome di un “villaggio moravo” in cui il 2 dicembre del 1805 si
combatté una famosa battaglia.
Austerlitz
è tutto questo ma per noi è semplicemente il vero cognome del protagonista
del libro (come lui stesso scopre all’età di quindici anni): un uomo
alto, dai capelli biondi e ricci con una strana attaccatura, la cui
abitudine di portare con sé uno zaino lo rende somigliante a Wittgenstein.
Il narratore lo incontra casualmente nel 1967 e in seguito, in modo più o
meno occasionale, numerose volte, intrattenendo conversazioni che
costituiscono puntate della storia personale del protagonista, che si va
formando, in modo via via più compiuto, man mano che, attraverso la ricerca
delle proprie origini, Austerlitz riesce ad aggiungere tasselli alla propria
vicenda individuale. Una storia privata che si intreccia a quella collettiva
attraverso la guerra, che lo divide dai suoi genitori, costretti, per
salvarlo, a farlo salire su un convoglio di bambini diretto in Inghilterra,
e la realtà dei campi di concentramenti in cui
prima la madre e poi il padre vengono inghiottiti.
Austerlitz, adulto, torna indietro, risale il percorso dei suoi genitori per
ricostruire le proprie origini.
I
veri protagonisti di questo libro diventano così lo spazio e il tempo: il
primo attraverso la minuziosa descrizione dell’architettura (grande
passione di Austerlitz), il secondo mediante il tentativo di recupero del
tempo passato.
“Soltanto
attenendoci al corso prescritto dal tempo possiamo percorrere rapidamente
gli immensi spazi che ci separano gli uni dagli altri”.
Entrambe le dimensioni vengono però percepite dal protagonista in modo
doloroso: non è in grado di parlare di uno spazio isolandolo dalle
sensazioni di cui è impregnato, e il tentativo di ricostruire la propria
infanzia ripercorrendo luoghi per ridare forma agli anni trascorsi, viene
inizialmente rimandato e, in ogni caso, affrontato con paura e insicurezza.
E così Austerlitz, studiando l’architettura delle stazioni, non riesce a
“togliersi dalla mente lo strazio del congedo e il timore dei luoghi
sconosciuti, benché simili emozioni non rientrino certo nella storia
dell’architettura”. E aggiunge: “Ma forse sono proprio i nostri
progetti più ambiziosi a tradire maggiormente il grado della nostra
insicurezza”.
E’
un libro complesso, difficile da affrontare inizialmente, soprattutto a
causa della sua struttura, corpo unico e compatto, che non concede respiro né
stacchi, proprio come il ricordo che, quando coglie, cattura e non consente
di liberarsi facilmente.
La sola interruzione al testo è costituita dalle fotografie che
apparentemente distolgono ma di fatto, non essendo corredate dalle opportune
didascalie, rimandano nuovamente alla scrittura, in cerca di un riferimento.
Ma
nello stesso tempo è qualcosa di intenso e bello, è ricco di spunti di
riflessione e man mano che le pagine scorrono il lettore viene sempre più
coinvolto dalla ricerca e non riesce più a staccarsene, fino al punto
conclusivo.
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Notizie
sull’autore (tratte
dalla terza di copertina)
Nato
in Germania, W. G. Sebald (1944 – 2001) è vissuto dal 1970 in
Inghilterra, dove ha insegnato Letteratura tedesca contemporanea presso la
University of East Anglia a
Norwich. Fra le sue opere ricordiamo Schwindel.
Gefuehle (1990), Die
Ausgewanderten (1992), Die Ringe
des Saturn (1995). Austerlitz
è stato pubblicato per la prima volta nel 2001.
In breve
Maestro
dello stile avvolgente e coinvolgente, inventore di un amalgama
inconfondibile fra testo e immagine, W.G. Sebald è stato l’unica
apparizione di grande rilievo nella letteratura di lingua tedesca dopo
Thomas Bernhard. Pochi mesi prima della sua tragica, recentissima scomparsa,
aveva pubblicato Austerlitz, il suo unico romanzo in senso
classico, subito accolto, dalla Germania agli Stati Uniti all’Inghilterra,
come un memorabile evento.
Jacques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura, studioso
di quei luoghi (edifici militari, stazioni ferroviarie, penitenziari,
tribunali) che, soprattutto nell’Ottocento, tendevano ad assumere forme
involontariamente visionarie, sovraccarichi com’erano di significati
simbolici. Alto, dinoccolato, dai capelli prima biondi e poi ingrigiti,
molto somigliante a Wittgenstein cui lo accomuna un vecchio zaino che
costantemente porta in spalla, Austerlitz vive a Londra in un appartamento
spoglio come una cella, privo di affetti e povero di amicizie. Dietro la sua
eccentrica e vastissima dottrina si spalanca il vuoto. Austerlitz
semplicemente non sa chi è – e a lungo ha resistito ad accertarlo. Ma a
un certo punto, come se si trattasse di intraprendere una delle usuali
peregrinazioni erudite alla ricerca di un edificio o di un luogo ignorato,
si mette alla ricerca delle proprie tracce. Così scoprirà di essere giunto
a Londra, durante la guerra, con uno di quei convogli di bambini che
dall’Europa centrale partivano per l’Inghilterra, mentre i genitori
venivano deportati nei campi di concentramento e di sterminio. Strada per
strada (a Praga, Theresienstadt, Parigi), volto per volto, oggetto per
oggetto, fotografia per fotografia, emerge un passato lacerante, che
Austerlitz sente di avere sempre ospitato in sé come una sequenza di
negativi non ancora sviluppati. Tutta la somma sapienza evocativa di Sebald
sembra concentrarsi in questo itinerario di ricerca, da cui promana
un’angoscia che prende alla gola.
Austerlitz è stato pubblicato per la prima volta nel 2001.
(tratto
da www.adelphi.it)
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QUEL
CHE C'E' NEL MIO CUORE
Marcela Serrano
Editore: Feltrinelli
Prezzo: €
14,00
Traduttore:
Finassi Parolo Michela
224 pagine Anno: 2002
Collana: I
narratori |
Recensione di
Maurilia Mignani
agosto 2002
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Marcela Serrano
QUEL CHE C’E’ NEL MIO CUORE
Ogni
libro di Marcela Serrano è un duplice viaggio, nell’affascinante realtà
dell’America Latina e nell’universo delle donne.
In “Quel che c’è nel mio cuore” (frase con cui le donne Maya
concludono i propri racconti), l’autrice ci conduce nel Chiapas,
attraverso i suoi paesaggi e la sua storia.
Protagonista
è, come sempre, una donna o, per meglio dire, due: Camila si reca in
Messico per scrivere un reportage sulla rivoluzione zapatista e lì la sua
vita si intreccia inevitabilmente a quella di Reina, che crede fermamente
nella rivoluzione e in nome della stessa cade vittima di un attentato.
Il lettore viene così condotto attraverso una ricostruzione degli eventi
politici che hanno coinvolto il Chiapas e di come gli stessi abbiano
influenzato coloro che li hanno vissuti.
Ma,
nello stesso tempo, ad attirare l’attenzione di quest’ultimo è la
vicenda personale di Camila, donna che ha subito la morte del figlio di soli
dodici mesi e che, a causa della stessa, ha trascorso un lungo periodo
immobile, senza riuscire a reagire in alcun modo.
Il reportage e il viaggio diventano così un’opportunità di riscatto per
la protagonista, la svegliano dal torpore in cui è immersa e l’aiutano ad
uscirne.
Come
in “Nostra signora della solitudine” avvertiamo un mistero che deve
essere svelato ma il rapporto tra Camila, la madre Dolores e Reina, ricorda
soprattutto “Antigua, vita mia”, con le figure di Josefa, Violeta e
Cayetana, e lo sfondo del Guatemala.
La
ricerca della propria essenza che segue la sconfitta, l’amore, la vera
amicizia, un paese dell’America Latina e la sua realtà politica sono gli
ingredienti basilari di ciascun romanzo di quest’autrice e anche in questo
caso il lettore li può ritrovare tutti intrecciati, come i colori
dell’arazzo che, al termine di “Antigua, vita mia”, Violeta regala a
Josefa.
E
una volta arrivati all’ultima pagina quello che rimane nel cuore di
ciascuno è sempre un grande desiderio di partire e di visitare i luoghi
magici di cui ogni volta Marcela Serrano ci parla con estrema passione.
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Notizie
sull’autore (tratte
dalla seconda di copertina)
Nata a
Santiago del Cile nel 1951, Marcela Serrano è una delle voci più
interessanti della narrativa sudamericana. Con Feltrinelli ha pubblicato: Noi che ci vogliamo così bene (1996), che ha vinto in Francia il
premio Coté des Femmes, Il tempo di
Blanca (1998), L’albergo delle
donne tristi (1999), Antigua, vita
mia (2000) e Nostra Signora della
Solitudine (2001).
In breve
Camila, cilena di nascita e rifugiata da anni negli Stati Uniti, è una
reporter. Ha appena perso il figlio, è disperata, in crisi con il marito
e incapace di chiedere l'aiuto della madre perché nutre nei suoi
confronti un devastante senso d'inferiorità. Malgrado il suo malessere,
accetta di fare un reportage in Messico. Giunge a San Cristobal de las
Casas, una sperduta cittadina i cui abitanti sostengono il mitico
zapatista Marcos. Qui incontra Reina de Barcelona che, inconsapevolmente,
riapre in lei antiche ferite. Reina aveva infatti conosciuto sua madre
nelle prigioni di Pinochet. Camila aveva cercato una precaria sicurezza
nell'esilio, nel matrimonio e nella maternità; la madre invece aveva
voluto restare in Cile a battersi per la democrazia contro il regime di
Pinochet. Anche Reina continua la sua lotta a fianco dei ribelli
messicani. La vicenda di queste due donne coraggiose suscita in Camilla
delle riflessioni, dei confronti. Reina la accoglie come una sorella
minore, la inserisce nella sua cerchia e la presenta a Luciano, un
seducente pittore italiano che le fa da cicerone. Quando Reina, investita
da una macchina guidata dai paramilitari, finisce in coma, Camila esita
ancora a lasciarsi coinvolgere dagli ideali altrui, ma i vecchi sensi di
colpa, l'ammirazione per Reina e il fascino di Luciano (con cui ha una
breve ma intensa relazione) sono più forti della paura: si schiera,
affronta il nemico, viene rapita e brutalizzata. La detenzione dura
quarantotto ore che sembrano altrettanti giorni, ma questa è per lei la
prova del fuoco che le permette di ritrovare se stessa. Salvata in
extremis, scopre che Reina è morta. Decide infine di partire ma, prima di
raggiungere il marito, si avvicinerà alla madre senza più rancore e
comincerà a scrivere la storia di Reina.
(tratto
da www.lafeltrinelli.it)
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SENZA
SANGUE
Alessandro Baricco
Editore: Rizzoli
€ 10,00
2002 |
Recensione di
Maurilia Mignani
gennaio
2003
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10
Agosto. Tarda mattinata. In giro per negozi.
Ta Ta Ta Ta Ta.
Suono non molto intelligente, ma l’unico disponibile, che emette il mio
cellulare per segnalarmi l’arrivo di un SMS.
Il contenuto era più o meno questo: “Hai letto che il 28 agosto esce
l’ultimo libro di Baricco,
dal titolo “Senza sangue”?”
NO. Come, è il giorno di S. Lorenzo, il sole splende ancora e un mio
desiderio è stato esaudito senza bisogno di vedere una stella cadente?
A quel messaggio ne sono seguiti altri che, con parole più o meno analoghe,
annunciavano l’evento.
E, infine, l’ultima conferma davanti ai miei occhi, sulla prima pagina del
Corriere, in un piccolo riquadro in basso a sinistra, che riportava le
stesse informazioni che le persone che mi conoscono bene avevano già
provveduto a farmi avere.
Vacanze
ormai alle spalle, il 28 agosto sono in ufficio. Mi riprometto di uscire ad
un orario che mi dia la possibilità di mettere piede in una libreria e mano
su “Senza sangue”.
Il sito della Rizzoli annuncia una chat con Baricco, prevista per il
pomeriggio di quel giorno. Come nel caso di “City”, l’autore ha
preferito festeggiare l’uscita del nuovo romanzo con i suoi lettori
piuttosto che con i critici.
Tra una telefonata, quattro conti e il rilascio di un prezzo, sbircio
domande e risposte che affollano la pagina web, ma non gli scrivo, penso
sempre di non esserne all’altezza.
Giunta sera, esco, corro in libreria, e torno a casa con nella borsa un
libricino bianco, nuovo nuovo,
di sole 105 pagine, purtroppo.
Storia
avvincente, che si legge d’un fiato.
Struttura piuttosto semplice ma interessante: due parti che raccontano
altrettanti momenti distanti nel tempo e nello spazio, ma legati tra loro da
due personaggi che calcano entrambe le scene.
Si tratta anche di differenti esercizi di stile: cinematografico e basato
sull’azione il primo, più lento, introspettivo e fondato sul dialogo il
secondo.
“Senza
sangue” è diverso dai libri finora scritti da Baricco, sicuramente più
accessibile rispetto al precedente, “City”, piuttosto difficoltoso
sebbene, superato l’impatto iniziale, nasconda storie affascinanti e
ricche di significato, come il “Saggio sull’onestà intellettuale”,
alla cui brillante lettura da parte di Stefano Benni ho assistito di recente
a Roma, all’interno del “City Reading Project”, commissionato a
Baricco da parte del Festival Roma – Europa.
Il rapporto tra i suoi ultimi due romanzi è stato affrontato dall’autore
nel corso della chat:
“Con City andavo in un posto che ancora non conoscevo. Senza sangue sta in
un posto che conosco meglio. (…) ogni volta che scrivo un libro è perché
voglio finire in un posto che ho visto nelle mappe della mia immaginazione
ma in cui non sono mai stato. Presumo che esista, poi chissà. Parto e lo
vado a cercare. Il posto di City era davvero molto lontano, e infatti è un
libro pieno di strappi, di tappe nel nulla, di falsi sentieri, cose così
(che a me piacciono molto, ai lettori meno). Senza sangue invece sta in un
posto più vicino, molto difficile da raggiungere, ma più vicino. E infatti
non ci sono strappi, è più compatto, è come il passo di uno che sale su
una montagna”.
Se
“City” è una città, un posto caotico fatto di tante strade, quartieri,
realtà, “Senza sangue” somiglia di più ad un paese con due grandi
strade e poi viuzze secondarie, che contribuiscono a dare al luogo una sua
personalità precisa. Il numero degli abitanti è piuttosto ridotto, ma non
rinunciate a conoscere Nina: ha molto da dire e da insegnare.
Finora
quel paese l’ho visitato due volte, ma penso che non tarderò a
ripassarci, nell’attesa che Baricco ci regali un nuovo libro e nuove
emozioni.
In breve
Nella campagna, la vecchia fattoria di Mato Rujo dimorava cieca,
scolpita in nero contro la luce della sera. L'unica macchia nel
profilo svuotato della pianura.
I quattro uomini arrivarono su una vecchia Mercedes. La strada era
scavata e secca - strada povera di campagna. Dalla fattoria Manuel
Roca li vide.
Si avvicinò alla finestra. Prima vide la colonna di polvere alzarsi
sul profilo del mais. Poi sentì il rumore del motore. Nessuno aveva
più macchine, da quelle parti. Manuel Roca lo sapeva. Vide la
Mercedes spuntare lontano e poi scomparire dietro un filare di
querce. Poi non guardò più.
Tornò verso la tavola e posò la mano sulla testa della figlia.
Alzati le disse. Prese una chiave dalla tasca, la appoggiò sul
tavolo e fece un cenno col capo al figlio. Subito, disse il figlio.
Erano bambini, due bambini.
NOTE BIOGRAFICHE - Alessandro Baricco
è nato a Torino nel 1958. Ha scritto quattro romanzi (Castelli
di rabbia, Oceano Mare, Seta
e City), due testi teatrali (Novecento,
Davila Roa) e due libri di saggistica (Il
genio in fuga, L'anima di Hegel e le
mucche del Wisconsin). Ha raccolto alcuni suoi articoli in Barnum,
Barnum 2 e Next.
Tratto da http://www.rcs.it/rcslibri/rizzoli
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IL
CERCHIO DA CHIUDERE
di Barry Commoner |
Recensione di
Fabio Zilioli
gennaio
2003
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Da
un saggio di trent’anni fa di uno dei padri dell’ecologia, alcune delle
ragioni e delle istanze dell’attuale “movimento dei movimenti”: a
quanto pare, purtroppo, un libro intramontabile.
Un
testo sulle ragioni dell’ecologia, scienza e movimento. Questo era negli
intenti dell’Autore, e per un semplice e duplice motivo: divulgare
l’idea della riconciliazione fra uomo ed ambiente e sgombrare il campo
dalle prime avvisaglie di “impegno d’opportunità” (fuorviante e, a
lungo termine, screditante) da parte di certi ambienti politici. Il Nostro
muove, lungo il testo, da un’enorme mole di dati, discorrendo di vari
esempi di “apertura del cerchio”: corsa al nucleare (militare,
energetica o per scopi più inconsueti come le escavazioni di canali
navigabili), inquinamento fotochimica, fertilizzanti chimici ed
eutrofizzazione, sostituzione del vetro a rendere con quello a perdere, uso
di PVC per contenitori (in USA, 30 anni fa, già si sapeva che il PVC
rilasciava sostanze dannose!), ed altri esempi ancora. Commoner illustra
come la crisi ambientale sia figlia della tecnocrazia, o almeno del
tecnicismo, asserviti alla logica del profitto. Evidenzia poi le
responsabilità di certa scienza riduzionista, che non riesce (o non vuole)
concepire il necessario approccio solistico ad un problema così complesso,
caratterizzato com’è da una forte e stretta correlazione tra svariati
fattori. Indica, in sintesi, come tutto sia riconducibile alla “rottura
del cerchi” biologico generata dall’introduzione di materie di sintesi
con tempi di degradazione lunghissimi, dall’avvio di attività con tempi
di produzione degli inquinanti inferiori ai tempi di assimilazione biologica
degli stessi. È poi appassionatamente impegnato, il Nostro, a biasimare chi
imputa alla crescita demografica eccessive responsabilità in questa crisi
(in realtà su questo tema egli è piuttosto contraddittorio). Introduce
inoltre alcuni concetti che, a distanza di trent’anni, qualcuno sbandiera
ancora come novità ma che nessuno promuove seriamente: dall’etichettatura
sociale dei prodotti al concetto economico di esternalità.
Infine,
l’Autore evidenzia come il tentativo di ristabilire un minimo di
equilibrio fra uomo ed ecosfera sia una necessità vitale, un problema di
sopravvivenza da risolvere con un approccio tutto da progettare (per andare
oltre i tipici piani d’azione, quello personale e quello sociale) per
tentare di ri-chiudere il cerchio. Non è mai troppo tardi. Forse.
In
chiusura dell’edizione italiana, alcune considerazioni sulla crisi
ambientale del nostro Paese ai primi anni ’70 (ed in queste pagine i 30
anni si sentono!) redatte dal curatore Virginio Bettini, esperto di
valutazione ambientale, che tanto poi negli anni si è ispirato alle tesi di
Commoner, facendosene portavoce in Italia.
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